Negli anni cinquanta (e forse anche oltre) nelle famiglie
con più figli
(in genere tutte) vigeva la legge del “chi si alza prima si
veste”; il motivo era che non c’erano scarpe e vestiti per tutti.
Oggi abbiamo abbastanza vestiti, molte leggi ma deboli
istituzioni; cosicché chi si alza prima comanda con il risultato di avere, come
per il clima, il diritto reale e il diritto percepito.
Per esempio non riesco a capire come possa il Prefetto di
Avellino stabilire che non si debba ritirare la patente a chi guida in stato di
ebbrezza a fronte di un articolo del Codice della strada (che è un Decreto
Legislativo e non una norma di galateo) che in questi casi prescrive
all’articolo 186 “…consegue la sanzione amministrativa accessoria della
sospensione della patente di guida da tre a sei mesi”.
“Arrivi tardi”, direte voi, perché il Prefetto in questione
ha già sospeso la propria circolare. Sì, ma il fatto resta. E resta che un
Prefetto, che di leggi dovrebbe intendersene più di me, emette circolari
modificando di fatto una legge.
Alcuni ritengono che l’abbia fatto come forma di
provocazione, in contrasto con i Giudici che restituiscono in pochi giorni la
patente sequestrata. Ma il Prefetto non è un protagonista del genere
cinematografico detto “poliziottesco” in auge negli anni ’70. Non è Franco Nero
ne “La polizia incrimina, la legge
assolve” film di Enzo G.
Castellari del 1973.
Il fatto è che sul diritto reale e il diritto percepito si
innesta l’autorità reale e l’autorità percepita.
Dove è sancito, per esempio, che il Sindaco di una città
deve rendere conto al Presidente del Consiglio del proprio operato? Datemi
qualche indizio, perché io non trovo appigli alla affermazione di Marino che si
aspetta di essere giudicato da Renzi in base a ciò che realizzerà con la nuova
Giunta.
Fine dell’inciso; torniamo al discorso che è quello
dell’autorità percepita.
L’estrema personalizzazione della politica è iniziata con il
nome del candidato sul simbolo elettorale. E non mi dite che alla fine individuo
sempre in Berlusconi l’origine dei mali: sto tentando un’analisi più
socio/culturale che politica.
Secondo me, infatti, aver associato le tesi politiche (che
dovrebbero costituire l’imprinting di un Partito o Movimento) al nome di una
persona, ha fatto sì che istintivamente l’elettore si legasse a quella persona
più che all’idea politica che rappresentava, da cui “meno male che Silvio c’è”.
Questa personalizzazione ha avuto molti proseliti, da Di Pietro allo stesso
Monti, da Mastella a Grillo; Renzi no, almeno per il momento, perché l’anno
scorso ha detto che se ne parlerà per le elezioni del 2018.
Ma di fatto, anche se per ora non ha scritto il suo nome in
calce al simbolo, lui impersona il PD, tanto che qualche giornalista parla,
ironicamente, del PDR Partito di Renzi e “il renzismo” è entrato nel
vocabolario politico.
Ma forse su questi ragionamenti pesa il numero dei miei anni.
In fondo di cosa mi lamento, di un modo di intendere la politica che va sul
solco di quella americana? Ma gli USA non sono da sempre il nostro modello?
Da anni ci siamo abituati, infatti, a conoscere il nome
dei magistrati titolari di un’inchiesta; tempo fa un PM era un PM e non il PM Tizio
o Caio. E questo forse va verso una maggiore forma di trasparenza e di
assunzione di responsabilità. Il fatto è che se da un lato l’esposizione del
Magistrato ha favorito la trasparenza, dall’altro ha indotto alla
personalizzazione della sentenza.
E così, di personalizzazione in personalizzazione siamo
arrivati a stravolgere tutti i connotati del diritto, e vedere un Sindaco,
eletto direttamente dal popolo - lui sì autorizzato a mettere il suo nome in
ballo - accingersi a svolgere bene i compiti per avere la sufficienza dal
maestro ed essere promosso.
Per ora ha qualche “debito”, soprattutto verso chi lo ha
eletto.
P.S. L'immagine che ho fotografato su un ponte di Roma è di artista anonimo e senza titolo. Provo a darne uno "La pietà di Pasolini per la sua Roma"
