Giornale aperiodico soggetto agli umori del fondatore, editore, direttore, capo redattore, correttore di bozze MIDA, pseudonimo utilizzato fin dai tempi del Liceo e da cui trae il nome il Corriere.
mercoledì 23 dicembre 2015
giovedì 3 dicembre 2015
Yankee come here
Sono passati quasi cinquant’anni dalle piazze colorate dei
sessantottini, infiorate di cartelli che chiedevano agli Amerikani di cessare
le invasioni di Santo Domingo, del Vietnam e, insomma, di svestire la divisa di
gendarmi del mondo.
E quando gli ultimi elicotteri americani lasciarono Saigon
sembrò che quei cartelli avessero raggiunto lo scopo: ci sentimmo più belli,
capaci di cambiare il mondo.
Ma, senza che ce ne accorgessimo, un paio di anni dopo
l’Unione sovietica invadeva l’Afganistan.
E ancora 10 anni dopo ballammo sul muro di Berlino in pezzi
e davvero sembrò la fine di un’epoca. E lo era. Il ‘900 viene definito il
secolo breve perché finisce undici anni prima, nell’89, con la caduta di quel
muro e con esso, in pratica, dell’impero sovietico.
E quanti Gorbaciov, Eltsin, Bush, Saddam, Gheddafi sono
passati per farci rendere conto, con colpevole lenta assuefazione, che non
eravamo poi così belli, che i fiori nei cannoni appassiscono presto!
Non esistono più le mezze stagioni e le primavere arabe sono
state sopraffatte dal gelo delle decapitazioni o se preferite dal calore delle
bombe.
Così oggi provo imbarazzo di fronte alle manifestazioni
contro l’intervento britannico in Siria. Gridano gli slogan contro la guerra
che gridavo cinquant’anni fa eppure non sono convinto. Mi sento più vicino al
laburista Benn che, in contrasto con il proprio leader Corbyn, ha fatto
riferimento alla posizione della Gran Bretagna contro Franco, Hitler e
Mussolini per appoggiare l’intervento in Siria contro il nuovo fascismo
rappresentato dall’ISIS.
Ma credo che ci sia una parte di ragione anche in chi, come
Gino Strada, rifiuta la guerra come soluzione dei problemi: “La più aberrante in assoluto, diffusa e costante
violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sue forme. Cancellando il
diritto di vivere, la guerra nega tutti i diritti umani.”
Le minacce dell’ISIS, le immagini di propaganda con le
bandiere nere su San Pietro, gli attentati realizzati e quelli promessi
producono due reazioni contrastanti e coesistenti: la volontà di combattere con
tutti i mezzi il cosiddetto Stato Islamico, anche con la consapevolezza che
questo provoca la morte di civili, spesso donne e bambini e la certezza che l’innalzamento
del livello dello scontro è bidirezionale e potrà provocare attentati in casa
nostra.
Intanto la Francia per prima, perché più direttamente
colpita, è in guerra; la Germania e adesso anche la Gran Bretagna si associano.
Gli Stati Uniti ci sono, ma.
E c’è Putin, se.
Mentre Erdogan, ma se.
Il fronte anti ISIS ha tanti se e tanti ma; e tante
conseguenti accuse reciproche di connivenza con il nemico, mentre il petrolio
“che move il sole e l’altre stelle” ci ricorda qual è la sottesa posta in
palio.
L’Italia, come ricordava Scalfari qualche domenica fa, è
pienamente consapevole del ruolo del petrolio, fin dai primi passi dell’ENI di
Mattei, personaggio cardine dei nostri rapporti con il mondo arabo, pronto ad
allearsi con tutti, anche con il movimento di Liberazione algerino, per accaparrarsi
l’oro nero.
Lo strabismo resta la strada maestra non ufficiale della
nostra politica estera.
Noi intanto andiamo al supermercato e al cinema, non perché non
abbiamo paura ma perché dai tempi dei Borboni, austriaci e Granduchi vari abbiamo
una rassegnata sfiducia nei nostri governanti che ci crea una corazza di fatalismo.
Perciò speriamo sempre che qualcuno ci tolga le castagne dal
fuoco e, poiché per il nostro DNA non possiamo contare su Putin, gridiamo
sottovoce “Yankee come here”.
sabato 5 settembre 2015
Il corpo degli altri
Questa volta il Corriere svolge il suo
ruolo di "servizio" annunciato già al momento della nascita del Blog. Avevo infatti promesso che vi avrei segnalato articoli e notizie
tratte dalla rete (non per niente l'indirizzo del Corriere è "mida-inrete").
Oggi è la volta dell'editoriale di Ezio Mauro su Repubblica. Si tratta di testo
"complesso" (ma non complicato). Affronta infatti un argomento,
quello della migrazione di interi popoli cui stiamo assistendo, osservando la
realtà da angoli di visuale diversi; come piani di ragionamento che si
intersecano ma non si aggrovigliano e quindi non diventano
"complicati".
Così chi vuole può anche estrapolare ed
ignorare, esempio, il piano strettamente legato alla cronaca politica e il
riferimento alle posizioni di alcuni partiti; ciò non intacca il ragionamento
sulla identità dell'uomo bianco e la sovrapposizione di "sovrastrutture culturali, storiche, politiche che hanno dato
forma ad una figura articolata e in movimento, aperta, autonoma e
complessa".
Mi permetto solo di aggiungere un'altra citazione:
Gaber che, secondo me, aveva centrato la sostanza dell'argomento con il brano che ho allegato.
Volevo chiudere con "Buona lettura e buon
ascolto", ma gli argomenti trattati non predispongono al concetto di
"buona" nel suo significato collaterale di
"piacevole".
Quindi dirò semplicemente: spero di aver reso un servizio utile.
martedì 25 agosto 2015
Se non c'è nessuno
Sono le 11 di sera; torno a casa in macchina. A 50 metri dal garage c’è un semaforo pedonale che quando è rosso dura una vita. Mi fermo e aspetto. Passano 20 secondi che in questi casi sembrano 20 minuti. Decido. “Non c’è nessuno, mi sento un cretino fermo qui ad aspettare: passo”.
Tornando a casa a piedi dal garage rimugino.
Qual è il confine tra il rispetto di un obbligo e la forbice di discrezionalità nell’interpretazione di una norma? Tecnicamente e in punta di forchetta (in questo caso si potrebbe dire in eccesso di pignoleria), un vigile appostato nell’ombra avrebbe senz’altro potuto contestarmi l’infrazione al codice della strada, ma avrebbe dovuto?
E qualora il vigile avesse chiuso un occhio, un suo collega appostato nell’ombra vicina avrebbe dovuto/potuto contestargli l’omissione di atti di ufficio?
Sono arrivato al portone di casa. Mi guardo intorno: non c’è nessuno, potrei uccidere questo gatto, ma non me la sento.
Infrangere o rispettare la legge dipende dalla convenienza del momento o dalla propria adesione alla norma?
Quando insegnavo cercavo di far capire ai miei alunni che la responsabilità è personale e la propria condotta non va delegata ad altri. Nominare un capoclasse che in assenza dell’insegnante scrivesse alla lavagna i “buoni” e i “cattivi” era sbagliato, diseducativo, perché ciascuno deve essere “buono” non per evitare di finire nella lista dei cattivi, ma perché è giusto non parlare a voce alta, non disturbare gli altri, ecc.
Ma altri colleghi nominavano il capoclasse (a turno, s’intende, perché erano democratici) e i ragazzi erano molto più contenti.
D’altra parte il popolo italiano, si sa, va trattato con il bastone e la carota. Lo ha detto Winston Churchill: “Continueremo ad agire sull’asino italiano da ambedue le parti, con una carota e con un bastone” e Mussolini ha intitolato un suo libro “Il tempo del bastone e della carota.” [Fonte internet, naturalmente].
In copertina il concetto di bastone/carota viene inquadrato politicamente.
<<Per redimersi bisogna soffrire, bisogna che i milioni e milioni di italiani di oggi e di domani vedano, sentano che cosa vuol dire da soggetto diventare oggetto della politica altrui. Bisogna bere nell’amaro calice fino alla feccia. Solo toccando il fondo si può risalire fino alle stelle>>
Ma il popolo italiano, abituato a soffrire e a essere oggetto della politica, si è talmente assuefatto alla sofferenza da non sentire più l’amaro del calice e quindi non riesce a individuare il fondo e di conseguenza non può risalire.
Così continuiamo a superare i limiti di velocità in autostrada se non c’è traffico (“non c’è nessuno, posso anche correre”); a buttare i rifiuti come capita perché “tanto lo fanno tutti e poi loro stessi (cioè l’azienda che raccoglie i rifiuti) alla fine mischiano tutto”; a indignarci quel tanto che basta per i funerali stile padrino (ma dopo tre giorni di telegiornali ci viene da dire “ancora!?”); a non accorgerci di leggi potenzialmente pericolose per la democrazia e continuiamo ad aspettare il capoclasse.
mercoledì 29 luglio 2015
Temperatura reale e percepita
Negli anni cinquanta (e forse anche oltre) nelle famiglie
con più figli
(in genere tutte) vigeva la legge del “chi si alza prima si
veste”; il motivo era che non c’erano scarpe e vestiti per tutti.
Oggi abbiamo abbastanza vestiti, molte leggi ma deboli
istituzioni; cosicché chi si alza prima comanda con il risultato di avere, come
per il clima, il diritto reale e il diritto percepito.
Per esempio non riesco a capire come possa il Prefetto di
Avellino stabilire che non si debba ritirare la patente a chi guida in stato di
ebbrezza a fronte di un articolo del Codice della strada (che è un Decreto
Legislativo e non una norma di galateo) che in questi casi prescrive
all’articolo 186 “…consegue la sanzione amministrativa accessoria della
sospensione della patente di guida da tre a sei mesi”.
“Arrivi tardi”, direte voi, perché il Prefetto in questione
ha già sospeso la propria circolare. Sì, ma il fatto resta. E resta che un
Prefetto, che di leggi dovrebbe intendersene più di me, emette circolari
modificando di fatto una legge.
Alcuni ritengono che l’abbia fatto come forma di
provocazione, in contrasto con i Giudici che restituiscono in pochi giorni la
patente sequestrata. Ma il Prefetto non è un protagonista del genere
cinematografico detto “poliziottesco” in auge negli anni ’70. Non è Franco Nero
ne “La polizia incrimina, la legge
assolve” film di Enzo G.
Castellari del 1973.
Il fatto è che sul diritto reale e il diritto percepito si
innesta l’autorità reale e l’autorità percepita.
Dove è sancito, per esempio, che il Sindaco di una città
deve rendere conto al Presidente del Consiglio del proprio operato? Datemi
qualche indizio, perché io non trovo appigli alla affermazione di Marino che si
aspetta di essere giudicato da Renzi in base a ciò che realizzerà con la nuova
Giunta.
Fine dell’inciso; torniamo al discorso che è quello
dell’autorità percepita.
L’estrema personalizzazione della politica è iniziata con il
nome del candidato sul simbolo elettorale. E non mi dite che alla fine individuo
sempre in Berlusconi l’origine dei mali: sto tentando un’analisi più
socio/culturale che politica.
Secondo me, infatti, aver associato le tesi politiche (che
dovrebbero costituire l’imprinting di un Partito o Movimento) al nome di una
persona, ha fatto sì che istintivamente l’elettore si legasse a quella persona
più che all’idea politica che rappresentava, da cui “meno male che Silvio c’è”.
Questa personalizzazione ha avuto molti proseliti, da Di Pietro allo stesso
Monti, da Mastella a Grillo; Renzi no, almeno per il momento, perché l’anno
scorso ha detto che se ne parlerà per le elezioni del 2018.
Ma di fatto, anche se per ora non ha scritto il suo nome in
calce al simbolo, lui impersona il PD, tanto che qualche giornalista parla,
ironicamente, del PDR Partito di Renzi e “il renzismo” è entrato nel
vocabolario politico.
Ma forse su questi ragionamenti pesa il numero dei miei anni.
In fondo di cosa mi lamento, di un modo di intendere la politica che va sul
solco di quella americana? Ma gli USA non sono da sempre il nostro modello?
Da anni ci siamo abituati, infatti, a conoscere il nome
dei magistrati titolari di un’inchiesta; tempo fa un PM era un PM e non il PM Tizio
o Caio. E questo forse va verso una maggiore forma di trasparenza e di
assunzione di responsabilità. Il fatto è che se da un lato l’esposizione del
Magistrato ha favorito la trasparenza, dall’altro ha indotto alla
personalizzazione della sentenza.
E così, di personalizzazione in personalizzazione siamo
arrivati a stravolgere tutti i connotati del diritto, e vedere un Sindaco,
eletto direttamente dal popolo - lui sì autorizzato a mettere il suo nome in
ballo - accingersi a svolgere bene i compiti per avere la sufficienza dal
maestro ed essere promosso.
Per ora ha qualche “debito”, soprattutto verso chi lo ha
eletto.
P.S. L'immagine che ho fotografato su un ponte di Roma è di artista anonimo e senza titolo. Provo a darne uno "La pietà di Pasolini per la sua Roma"
domenica 5 luglio 2015
domenica 5 aprile 2015
Piove
Piove il dolore su di noi. Certo il dolore per le vittime, a
centinaia ogni giorno, per un aereo caduto, per una scuola assaltata; ma anche
il dolore per l’incapacità di capire, per il senso di impotenza che ormai fa
parte del quotidiano, fa parte dell’essenza stessa di noi, transfughi di
ideologie ma anche di idee.
E tutto intorno spinge per confonderci.
L’aereo è stato volontariamente scagliato contro le montagne
dal pilota lucidamente impazzito e vinto lui stesso dal proprio narcisismo,
come sembra che tutti, concordemente, vogliano certificare, o è l’ennesimo
mistero che ci porteremo dietro per anni?
Se ne avremo il tempo, se l’Isis non ci costringerà a ben
altre preoccupazioni.
E la morte di esseri umani è certo che sia più dolorosa
della distruzione delle antiche civiltà?
Non so quantificare il dolore per la cancellazione delle
civiltà mesopotamiche.
E mi viene sulle labbra un sorriso di compatimento per me
stesso quando mi soffermo a leggere delle miserie del nostro panorama politico.
Che in prospettiva è anch’esso drammatico quanto basta per sgretolare
dall’interno la nostra democrazia, e la nostra stessa cultura democratica.
E allora, preso per un attimo nelle mìsere misèrie semisèrie
della politica nazionale, penso con apprensione alla possibilità che si vada al
voto. Che farò se sarò messo nella condizione di dover scegliere visto che per
antica etica escludo l’astensione?
Oggi è Pasqua e piove.
Ieri ho dato la mancia al benzinaio arabo augurandogli Buona
Pasqua; poi ho pensato che per lui non è una festività; gliel’ho chiesto. Ha
risposto a mezza bocca di no, forse temendo di deludermi e farmi pentire per la
mancia. L’ho rassicurato con una pacca sulla spalla e mi sono pentito di
avergli fatto quella domanda: la buona Pasqua non vale nemmeno per me, perché
non sono credente. Ma nessuno facendomi gli auguri mi importuna con quella
domanda perché la mia faccia bianca rassicura sui miei sentimenti religiosi.
E così andando; tra ipocrisie e indifferenza, tra sbalzi di
umore e un sottotono costante, tra speranza di sperare e insperati momenti di
serena inspiegabile pacificazione.
E adesso come faccio ad augurarvi Buona Pasqua?
Forse il solo fatto che nonostante tutto ho trovato un
momento per condividere il dolore di cui ho parlato all’inizio è già il viatico
per un augurio sincero di una Buona Resurrezione.
domenica 8 marzo 2015
domenica 15 febbraio 2015
Dell'Italia in provincia di Sanremo
Credo che non molti abbiano avuto modo di ascoltare il
commento di Francesco Merlo su Sanremo (RepTV del 13 febbraio). Per questo mi
sono preso la briga di trascrivere il testo del servizio e ho pensato di
proporlo a voi.
Il testo non ha, ovviamente, lo stesso impatto del video, che
è corredato di immagini esemplificative e inserti video; se vi capita potete
anche visionarlo digitando su Google ‘Merlo Repubblica’. Ma ecco il testo.
A Sanremo l'Italia non c'è se non
come falso, come patacca come mostrificazione dell'amore in tutte le sue forme.
L’eleganza degli abiti è quella della festa dello zappatore; sparati bianchi,
smoking che esplodono, camicie operate. Emma e Arisa sembrano pronte per
l’esorcista; la scenografia da notturno stellare è maiolica di cucina,
nell’insieme il raffinato stile Mario Merola. I doppi sensi improvvisi di Carlo
Conti sono raptus: la cacca, le palle, il ciclo mestruale.
Sanremo degrada la drag Queen a
donna barbuta, umilia la malinconica ambiguità di Platinette, esibisce sul
palco dei fenomeni da circo: la finta riconciliazione di Romina e Albano, lei
nel ruolo della Lady Diana d’Italia esiliata in California e lui tutto goffo e
tinto in quello del principe Pollarolo di Cellino San Marco. Erano la Bella e
la bestia, anche la bella è diventata un’Albana; più cerca di allontanarsene
più gli somiglia. Davvero è questa la grande storia d’amore degli italiani?
E Sanremo spaccia per famiglia
italiana quella stramba coppia con 16 figli che ringrazia Cristo “non lo fo’
per piacer mio ma per dare figli a Dio”. Ma non è questa la famiglia cattolica,
non è questa la religione praticata, e non è questo che vuole la chiesa, come
ha detto anche il papa.
E non è vero che le nostre canzoni
sono queste terribili litanie modulate sul miserere, sull’afflizione, sulla
sofferenza, come cantilene. Non credeteci! E’ patacca anche l’auditel, che
spaccia l’ascolto per gradimento. Gli italiani amano guardare i programmi della
televisione per disprezzo, per godere del proprio dissenso, per esercitarsi nel
sarcasmo casalingo, per scoprire con compiacimento che il festival della
cialtroneria non è l’Italia, per tirare un sospiro di sollievo: no, noi non
siamo così. L’Italia non è Sanremo.
Certamente non tutti sono d’accordo. Anch’io a dire il vero
ho una perplessità: riguarda la convinzione di Merlo che guardando il festival
gli italiani si siano soprattutto esercitati nell’arte del sarcasmo casalingo.
Certo, per quel poco che ho visto, a me è successo, ma non so se ero in
numerosa o scarsa compagnia.
Il finale credo però che sia condivisibile per la
maggioranza: “No, noi non siamo così. L’Italia non è Sanremo”.
E l’Italia non è nemmeno quella della rissa a Montecitorio.
L’Italia non è Sanremo, è quella dell’ILVA e del record della disoccupazione giovanile.
Ma qui mi fermo: fare l’elenco delle disfunzioni
istituzionali e strutturali del nostro Paese è ormai appannaggio dei comici (ultimo
in ordine di tempo Panariello proprio da Sanremo), che da molto tempo ormai
hanno lasciato il terreno della comicità per scivolare in una deriva grillesca,
cioè quella che porta un comico dal “castigat ridendo mores” a pensare che
possa davvero cambiare il corso degli eventi elevandosi a tribuno della plebe,
confondendo la satira con l’incazzatura.
Ma l’Italia che ho in mente io non è nemmeno quella di Renzi,
definito oggi da Scalfari nel suo editoriale “Un narciso un po' provinciale che
rasenta il bullo di quartiere.” A me Renzi ricorda anche la canzone di Gaber
“Il comportamento”.
“e se invece sto leggendo Hegel
mi concentro, sono tutto preso
non da Hegel, naturalmente
ma dal mio fascino di studioso”.
cioè una persona che cerca una propria identità attraverso
il comportamento.
Si atteggia a Presidente del Consiglio, ma non sa di esserlo
davvero. Si sente capace di dichiarare guerra alla Libia solo perché è capace
di tenere unita la compagine di deputati PD che, come nota ancora Scalfari,
siedono in Parlamento eletti sul programma di Bersani e non quello di Renzi.
Ma anche l’Italia non sa bene di essere cosa. A volte mi
sembra proprio che continui a essere quella che è sempre stata, quella che sale
sul carro del vincitore senza preoccuparsi di conoscerlo. L’Italia è quella che
supera il 50% di share nella serata conclusiva del festival adeguandosi a quel
“successo” che tutti i giornali, prima che cominciasse, avevano decretato. E’
iniziata l’era Conti, titolano oggi. E in questa affermazione c’è la
consapevolezza di una “Era” diversa da prima, un’Era che io vedo connotata come
restauratrice.
Forse devo rassegnarmi: non sono certo migliore di Gaber e
quindi come lui non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono.
domenica 18 gennaio 2015
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