Ieri ho rivisto “I cento passi”. Nella scena finale
risuona il grido dei giovani di Cinisi “Peppino è vivo e lotta insieme a noi.
Le nostre idee non moriranno mai”.
La prima mia reazione è stata di anestetizzata
rassegnazione: non è vero, invece quelle idee sono morte.
Il secondo pensiero, più pensato e quindi più
aspro: non solo le nostre idee sono morte, anche quelle dei nostri padri di
quelli che hanno provato a ricostruire una società civile e politica
cannibalizzata dalla guerra.
Il terzo pensiero, consolatorio perché filtrato da
un’attitudine cercata e coltivata con l’attenzione alla parola nella sua
completezza: le idee in realtà, in quanto immateriali come l’anima, non muoiono
ma sono solo sepolte sotto altre idee. Sepolte vive.
Ma come si fa a chiamare “idee” quell’insieme di
pulsioni che muovono convulsamente lo scenario in cui pure ci tocca vivere?
Si può concepire l’elogio della follia ma riesce
impossibile esaltare la stupidità.
Piano piano prendo consapevolezza che non posso
ignorare quella stupidità; mi riguarda proprio perché sopraffà le mie idee ed è
in grado di cambiarmi la vita. Proprio la vita, intesa come il susseguirsi di
giorni.
Allora divento preoccupato, come mi vogliono quelli
che credono che sia giusto ripristinare le frontiere, innalzare muri e tornare
a battere moneta; mi tornano alla mente le leggende metropolitane evocate da
mia madre che raccontava che in Germania, prima della guerra, la gente andava a
fare la spesa con la carriola per portare pacchi di banconote, perché tante ce
ne volevano per acquistare un qualsiasi bene, tanto forte era l’inflazione.
Mi ritrovo nell’editoriale di Ezio Mauro, quando
parla di “sentimento di precarietà diffusa e dominante, la mancanza di
sicurezza, la scomparsa del futuro e non solo dell'avvenire, la sensazione di
una perdita complessiva di controllo dei fenomeni in corso: di fronte ai quali
l'individuo è solo, immerso nel moderno terrore di smarrire il filo di
esperienze condivise, vale a dire ciò che gli resta della memoria, quel che
sostituisce l'identità.”
E’ proprio l’identità la parola chiave: sfugge.
Non è soltanto la perdita di identità, che fino a
poco tempo fa sembrava il dramma personale e sociale più cogente e corrosivo.
Adesso è di più. E’ la perdita della ricerca di identità. Mi sento - ma mi
sembra di essere in affollata compagnia – come rassegnato a farmi travolgere,
quasi risucchiato da un destino che viene da lontano, da scenari che mai
avremmo pensato di dover di nuovo attraversare.
La frase di Nietzsche citata da Ezio Mauro
suona come una conferma: "La decadenza è scegliere istintivamente ciò che
è nocivo, lasciarsi sedurre da motivazioni non finalizzate".
[L'immagine è tratta dal sito pitturiamo.com Titolo Decadenza di Virina]

