lunedì 27 giugno 2016

Decadenza

Ieri ho rivisto “I cento passi”. Nella scena finale risuona il grido dei giovani di Cinisi “Peppino è vivo e lotta insieme a noi. Le nostre idee non moriranno mai”.
La prima mia reazione è stata di anestetizzata rassegnazione: non è vero, invece quelle idee sono morte.
Il secondo pensiero, più pensato e quindi più aspro: non solo le nostre idee sono morte, anche quelle dei nostri padri di quelli che hanno provato a ricostruire una società civile e politica cannibalizzata dalla guerra.
Il terzo pensiero, consolatorio perché filtrato da un’attitudine cercata e coltivata con l’attenzione alla parola nella sua completezza: le idee in realtà, in quanto immateriali come l’anima, non muoiono ma sono solo sepolte sotto altre idee. Sepolte vive.
Ma come si fa a chiamare “idee” quell’insieme di pulsioni che muovono convulsamente lo scenario in cui pure ci tocca vivere?
Si può concepire l’elogio della follia ma riesce impossibile esaltare la stupidità.
Piano piano prendo consapevolezza che non posso ignorare quella stupidità; mi riguarda proprio perché sopraffà le mie idee ed è in grado di cambiarmi la vita. Proprio la vita, intesa come il susseguirsi di giorni.
Allora divento preoccupato, come mi vogliono quelli che credono che sia giusto ripristinare le frontiere, innalzare muri e tornare a battere moneta; mi tornano alla mente le leggende metropolitane evocate da mia madre che raccontava che in Germania, prima della guerra, la gente andava a fare la spesa con la carriola per portare pacchi di banconote, perché tante ce ne volevano per acquistare un qualsiasi bene, tanto forte era l’inflazione.
Mi ritrovo nell’editoriale di Ezio Mauro, quando parla di “sentimento di precarietà diffusa e dominante, la mancanza di sicurezza, la scomparsa del futuro e non solo dell'avvenire, la sensazione di una perdita complessiva di controllo dei fenomeni in corso: di fronte ai quali l'individuo è solo, immerso nel moderno terrore di smarrire il filo di esperienze condivise, vale a dire ciò che gli resta della memoria, quel che sostituisce l'identità.”

E’ proprio l’identità la parola chiave: sfugge.
Non è soltanto la perdita di identità, che fino a poco tempo fa sembrava il dramma personale e sociale più cogente e corrosivo. Adesso è di più. E’ la perdita della ricerca di identità. Mi sento - ma mi sembra di essere in affollata compagnia – come rassegnato a farmi travolgere, quasi risucchiato da un destino che viene da lontano, da scenari che mai avremmo pensato di dover di nuovo attraversare.

La frase di Nietzsche citata da Ezio Mauro suona come una conferma: "La decadenza è scegliere istintivamente ciò che è nocivo, lasciarsi sedurre da motivazioni non finalizzate".

[L'immagine è tratta dal sito pitturiamo.com Titolo Decadenza di Virina]

lunedì 20 giugno 2016

Le fidanzate

Ai tempi dell’Università avevo due amici che godevano di un certo favore nel mondo femminile e quindi cambiavano spesso partner. La differenza tra loro era nelle modalità con cui effettuavano il cambio. Uno era deciso, quasi crudele: quando riteneva esaurito il rapporto congedava la malcapitata senza troppe remore. L’altro era attendista: cominciava lentamente ad allentare i rapporti, poi a modificare i propri comportamenti, fino a quando veniva lasciato dalla ragazza. Lui restava una vittima innocente, erano le donne a lasciarlo.
Spostando l’interesse dall’universo femminile all’universo elettorale i due miei amici potrebbero benissimo essere Grillo e Renzi (anche se nessuno dei due lo è).
Grillo non lo manda a dire: se uno non gli sta bene lo licenzia, punto e basta.
Renzi invece si fa lasciare; un passo dopo l’altro spinge i suoi partner ad abbandonarlo, fino a fare il vuoto intorno a sé.
E qui è il punto. Il mio amico universitario prima di arrivare a farsi lasciare dalla fidanzata di turno aveva già messo solide basi per il ricambio. Renzi invece non se ne preoccupa: ha fatto fuori Marino non avendo un’alternativa, anzi sapendo di lasciare campo libero ai 5 stelle (e se non lo aveva previsto è ancora più colpevole).
Al contrario Grillo ha fatto il pieno, ma non intorno a sé: e questa è la mossa d’artista.
Lui, che ha coagulato consensi con istrionici personalismi, da bravo animale da palcoscenico ha capito quando era il momento di spostare i riflettori da un’altra parte; in questa tornata elettorale non si votava per Grillo, ma per il movimento e soprattutto per giovani donne, che è cool. 
Ha saputo e potuto farlo anche perché non è ossessionato dalla leadership ben consapevole che comunque resta a lui. Renzi invece ha il problema della leadership, anzi si può dire che per lui sì che è un’ossessione fin da quando ha cominciato la scalata rottamando le leadership che cercavano di contrastarlo.
Per la verità anche lui si è un po’ defilato dalle amministrative, spostando l’attenzione non sui candidati ma su se stesso come pietra miliare del referendum. Il povero Giachetti ha detto di assumere su di se la responsabilità della sconfitta: aveva chiesto mano libera e gli è stata data. Invece glie è stata pesantemente accollata.
Renzi ha detto che dopo i ballottaggi sarebbe entrato nelle correnti con il lanciafiamme: ma le correnti a volte spirano in direzioni impreviste. Non è detto che non ne esca scottato.