Credo che non molti abbiano avuto modo di ascoltare il
commento di Francesco Merlo su Sanremo (RepTV del 13 febbraio). Per questo mi
sono preso la briga di trascrivere il testo del servizio e ho pensato di
proporlo a voi.
Il testo non ha, ovviamente, lo stesso impatto del video, che
è corredato di immagini esemplificative e inserti video; se vi capita potete
anche visionarlo digitando su Google ‘Merlo Repubblica’. Ma ecco il testo.
A Sanremo l'Italia non c'è se non
come falso, come patacca come mostrificazione dell'amore in tutte le sue forme.
L’eleganza degli abiti è quella della festa dello zappatore; sparati bianchi,
smoking che esplodono, camicie operate. Emma e Arisa sembrano pronte per
l’esorcista; la scenografia da notturno stellare è maiolica di cucina,
nell’insieme il raffinato stile Mario Merola. I doppi sensi improvvisi di Carlo
Conti sono raptus: la cacca, le palle, il ciclo mestruale.
Sanremo degrada la drag Queen a
donna barbuta, umilia la malinconica ambiguità di Platinette, esibisce sul
palco dei fenomeni da circo: la finta riconciliazione di Romina e Albano, lei
nel ruolo della Lady Diana d’Italia esiliata in California e lui tutto goffo e
tinto in quello del principe Pollarolo di Cellino San Marco. Erano la Bella e
la bestia, anche la bella è diventata un’Albana; più cerca di allontanarsene
più gli somiglia. Davvero è questa la grande storia d’amore degli italiani?
E Sanremo spaccia per famiglia
italiana quella stramba coppia con 16 figli che ringrazia Cristo “non lo fo’
per piacer mio ma per dare figli a Dio”. Ma non è questa la famiglia cattolica,
non è questa la religione praticata, e non è questo che vuole la chiesa, come
ha detto anche il papa.
E non è vero che le nostre canzoni
sono queste terribili litanie modulate sul miserere, sull’afflizione, sulla
sofferenza, come cantilene. Non credeteci! E’ patacca anche l’auditel, che
spaccia l’ascolto per gradimento. Gli italiani amano guardare i programmi della
televisione per disprezzo, per godere del proprio dissenso, per esercitarsi nel
sarcasmo casalingo, per scoprire con compiacimento che il festival della
cialtroneria non è l’Italia, per tirare un sospiro di sollievo: no, noi non
siamo così. L’Italia non è Sanremo.
Certamente non tutti sono d’accordo. Anch’io a dire il vero
ho una perplessità: riguarda la convinzione di Merlo che guardando il festival
gli italiani si siano soprattutto esercitati nell’arte del sarcasmo casalingo.
Certo, per quel poco che ho visto, a me è successo, ma non so se ero in
numerosa o scarsa compagnia.
Il finale credo però che sia condivisibile per la
maggioranza: “No, noi non siamo così. L’Italia non è Sanremo”.
E l’Italia non è nemmeno quella della rissa a Montecitorio.
L’Italia non è Sanremo, è quella dell’ILVA e del record della disoccupazione giovanile.
Ma qui mi fermo: fare l’elenco delle disfunzioni
istituzionali e strutturali del nostro Paese è ormai appannaggio dei comici (ultimo
in ordine di tempo Panariello proprio da Sanremo), che da molto tempo ormai
hanno lasciato il terreno della comicità per scivolare in una deriva grillesca,
cioè quella che porta un comico dal “castigat ridendo mores” a pensare che
possa davvero cambiare il corso degli eventi elevandosi a tribuno della plebe,
confondendo la satira con l’incazzatura.
Ma l’Italia che ho in mente io non è nemmeno quella di Renzi,
definito oggi da Scalfari nel suo editoriale “Un narciso un po' provinciale che
rasenta il bullo di quartiere.” A me Renzi ricorda anche la canzone di Gaber
“Il comportamento”.
“e se invece sto leggendo Hegel
mi concentro, sono tutto preso
non da Hegel, naturalmente
ma dal mio fascino di studioso”.
cioè una persona che cerca una propria identità attraverso
il comportamento.
Si atteggia a Presidente del Consiglio, ma non sa di esserlo
davvero. Si sente capace di dichiarare guerra alla Libia solo perché è capace
di tenere unita la compagine di deputati PD che, come nota ancora Scalfari,
siedono in Parlamento eletti sul programma di Bersani e non quello di Renzi.
Ma anche l’Italia non sa bene di essere cosa. A volte mi
sembra proprio che continui a essere quella che è sempre stata, quella che sale
sul carro del vincitore senza preoccuparsi di conoscerlo. L’Italia è quella che
supera il 50% di share nella serata conclusiva del festival adeguandosi a quel
“successo” che tutti i giornali, prima che cominciasse, avevano decretato. E’
iniziata l’era Conti, titolano oggi. E in questa affermazione c’è la
consapevolezza di una “Era” diversa da prima, un’Era che io vedo connotata come
restauratrice.
Forse devo rassegnarmi: non sono certo migliore di Gaber e
quindi come lui non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono.
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