giovedì 3 dicembre 2015

Yankee come here

Sono passati quasi cinquant’anni dalle piazze colorate dei sessantottini, infiorate di cartelli che chiedevano agli Amerikani di cessare le invasioni di Santo Domingo, del Vietnam e, insomma, di svestire la divisa di gendarmi del mondo.
E quando gli ultimi elicotteri americani lasciarono Saigon sembrò che quei cartelli avessero raggiunto lo scopo: ci sentimmo più belli, capaci di cambiare il mondo.
Ma, senza che ce ne accorgessimo, un paio di anni dopo l’Unione sovietica invadeva l’Afganistan.
E ancora 10 anni dopo ballammo sul muro di Berlino in pezzi e davvero sembrò la fine di un’epoca. E lo era. Il ‘900 viene definito il secolo breve perché finisce undici anni prima, nell’89, con la caduta di quel muro e con esso, in pratica, dell’impero sovietico.
E quanti Gorbaciov, Eltsin, Bush, Saddam, Gheddafi sono passati per farci rendere conto, con colpevole lenta assuefazione, che non eravamo poi così belli, che i fiori nei cannoni appassiscono presto!
Non esistono più le mezze stagioni e le primavere arabe sono state sopraffatte dal gelo delle decapitazioni o se preferite dal calore delle bombe.
Così oggi provo imbarazzo di fronte alle manifestazioni contro l’intervento britannico in Siria. Gridano gli slogan contro la guerra che gridavo cinquant’anni fa eppure non sono convinto. Mi sento più vicino al laburista Benn che, in contrasto con il proprio leader Corbyn, ha fatto riferimento alla posizione della Gran Bretagna contro Franco, Hitler e Mussolini per appoggiare l’intervento in Siria contro il nuovo fascismo rappresentato dall’ISIS.
Ma credo che ci sia una parte di ragione anche in chi, come Gino Strada, rifiuta la guerra come soluzione dei problemi: La più aberrante in assoluto, diffusa e costante violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sue forme. Cancellando il diritto di vivere, la guerra nega tutti i diritti umani.”
Le minacce dell’ISIS, le immagini di propaganda con le bandiere nere su San Pietro, gli attentati realizzati e quelli promessi producono due reazioni contrastanti e coesistenti: la volontà di combattere con tutti i mezzi il cosiddetto Stato Islamico, anche con la consapevolezza che questo provoca la morte di civili, spesso donne e bambini e la certezza che l’innalzamento del livello dello scontro è bidirezionale e potrà provocare attentati in casa nostra.
Intanto la Francia per prima, perché più direttamente colpita, è in guerra; la Germania e adesso anche la Gran Bretagna si associano.
Gli Stati Uniti ci sono, ma.
E c’è Putin, se.
Mentre Erdogan, ma se.
Il fronte anti ISIS ha tanti se e tanti ma; e tante conseguenti accuse reciproche di connivenza con il nemico, mentre il petrolio “che move il sole e l’altre stelle” ci ricorda qual è la sottesa posta in palio.
L’Italia, come ricordava Scalfari qualche domenica fa, è pienamente consapevole del ruolo del petrolio, fin dai primi passi dell’ENI di Mattei, personaggio cardine dei nostri rapporti con il mondo arabo, pronto ad allearsi con tutti, anche con il movimento di Liberazione algerino, per accaparrarsi l’oro nero.
Lo strabismo resta la strada maestra non ufficiale della nostra politica estera.
Noi intanto andiamo al supermercato e al cinema, non perché non abbiamo paura ma perché dai tempi dei Borboni, austriaci e Granduchi vari abbiamo una rassegnata sfiducia nei nostri governanti che ci crea una corazza di fatalismo.

Perciò speriamo sempre che qualcuno ci tolga le castagne dal fuoco e, poiché per il nostro DNA non possiamo contare su Putin, gridiamo sottovoce “Yankee come here”.

Nessun commento: