È da poco passata la mezzanotte. Il giorno della
Memoria è trascorso o forse è meglio dire è passato; tornerà tra un anno.
Ho seguìto documentari, trasmissioni televisive,
celebrazioni ufficiali e film sull’olocausto; tutti hanno sottolineato
l’importanza di “non dimenticare” e soprattutto ammonivano: “perché questo non
si ripeta”.
Questo monito è drammaticamente preoccupante:
svela la colpevole inconsapevolezza da parte di autorità, giornalisti, preti,
intellettuali che tutto questo si sta già ripetendo.
A poche centinaia di
chilometri da noi, in Siria, in Libia, in Iraq le truppe dell’ISIS ripetono il
sacrificio dell’umana pietà immolata sull’altare della supremazia; non importa
se razziale, religiosa, economica. La supremazia dell’uno sugli altri è la
linfa del nazismo.
Ho visto “The Eichmann show” che si chiude con una
frase di questo tenore: nel momento in cui un uomo ritiene di essere una
creatura superiore alle altre o che vede la diversità come superiorità, lì c’è
il germe dell’ideologia nazista.
Non riconoscerla solo perché non veste divise
grigie è ottusità o malafede, non miopia.
“Io non credo ai mostri, però sono convinto che
gli uomini siano responsabili di azioni mostruose”.
È la frase chiave del protagonista, del regista incaricato
di filmare il processo ad Eichmann. Punta ossessivamente sui primi piani
dell’imputato nella speranza di un suo cedimento emotivo: vorrebbe far capire a
chi segue “lo show” che Eichmann non è un mostro ma uno come noi e quindi
dimostrare che chiunque di noi è capace di mostruosità.
Eichmann alla fine, tradito non dall’emotività ma
dalla sua convinta superiorità, ammette di avere “proposto” la deportazione di
decine di migliaia di ebrei ungheresi e per questo viene condannato, ma
mantiene caparbiamente l’immagine di sé come efficiente ed oscuro burocrate, “l'incarnazione dell'assoluta banalità del
male” come disse di lui Hannah Arendt.
Ed è la banalità del male che oggi non ci fa
riconoscere il perpetuarsi dell’olocausto sotto i nostri occhi. Le vittime non
sono ebrei, ma di olocausto si tratta. E i carnefici non sono solo i neri
turbanti dell’ISIS ma gli europei che chiudono le frontiere, che deportano i
migranti,
che li ammassano in campi di “accoglienza”, che arrivano a confiscare
i loro beni.
Cos’altro ci vuole per riconoscere un nuovo
olocausto?
E soprattutto un nuovo nazismo.
Ma l’occidente si concentra sugli accordi di
Schengen e si produce in un acrobatico scaricabarile sulle responsabilità di
ciascun Paese. Noi italiani, per riaffermare la nostra indiscussa superiorità nel
“processo del lunedì”, ci accaloriamo sulle statue censurate,* lasciando
in secondo piano, quasi un trafiletto, il rifiuto del parroco di Arnasco di benedire la salma di una
marocchina.
È un gesto che rappresenta una bruciante sconfitta
della Misericordia, invocata dal Papa nel proclamare il Giubileo e fa pendere
la bilancia verso la visione di una guerra di religione che tutti si affannano
a negare, non trovando però la forza di riconoscere che, come da sempre, si
tratta di una guerra di supremazia ideologica ed economica e, come tale, ha in
sé la linfa del nazismo.
(*) Comunque la censura delle statue è forse il segno inequivocabile di una sorta di propensione alla acquiescenza che ha radici vecchie. Mussolini nel 1938, per compiacere Hitler, introdusse nell’esercito il passo dell’oca ribattezzandolo con il nome di "passo romano".
Ma il clamore è degno del “Bar dello sport” visto che l’anno scorso, in occasione della visita del Papa a Torino, furono censurati i poster di una mostra di Tamara De Lempicka che ritraevano scene di nudo e nessuno se ne accorse.

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