In questo scorcio di storia italiana - più che in altri
momenti - l’urlo, l’iperbole, la raffigurazione macrosomica della realtà domina
la scena politica e sociale; permea tutti i settori della quotidianità. Si
parla alla pancia della gente e quindi il linguaggio non può che abbassarsi di
livello.
La pubblicità è stata da sempre il campo di coltura
dell’iperbole. Una per tutte: esistono gli iper triscount, dove il dis, che è la prima parte della parola
inglese discount (=sconto) e non un prefisso, viene scambiato per una
improbabile variante di due o di bis e quindi, più uno, diventa tris,
preceduto da iper, tanto per non farsi mancare niente.
Una suora (contro cui non ho nulla, beninteso) canta in una
trasmissione televisiva (e va bene); diventa un fenomeno mediatico (e va bene);
dice “ho un dono e ve lo dono” (e va bene); fa recitare a tutti il Padre Nostro
in diretta in un contesto non proprio ecclesiale (e va così così); induce il
parroco a dire che la sua è una forma di evangelizzazione (e siamo all’iperbole).
Iperbole (e qui mi scuso per l’accostamento più da blob che
da blog) è anche stuprare e uccidere in modo atroce, iperbolico, facendo
addirittura ingerire acido alla vittima in India. Con buona pace di Gandhi che
considerava la non violenza un imperativo religioso prima che un principio
dell’azione politico-sociale.
L’iperbole è di casa nello sport. Non serve citare esempi;
basta annotare il fatto che i giornali sportivi utilizzano spesso (stavo per
dire “spessissimo” tradendo l’attitudine all’iperbole) i titoli a 9 colonne, a
volte anche su due righe. E questo accade anche per notizie non eclatanti: che
un Presidente di Club abbia sollevato polemiche per un errore arbitrale è
notizia di tutti i dopo-partita. Nel caso riportato accanto abbiamo perfino un
secondo titolo a nove colonne che non riguarda una notizia, ma una sorta di domanda
retorica.
E arriviamo alla politica.
Tralasciamo di inseguire, anche in questo caso, le iperboli
giornalistiche: Il Giornale, per esempio, e Il Manifesto (tanto per citarne due
per par condicio, ma si potrebbe citarli tutti, giornali di Partito e
cosiddetti indipendenti) utilizzano frequentemente i titoloni.
Tralasciamo anche le iperboli elettoralistiche, da
“Smacchiamo il giaguaro” a “Vinciamo noi”, e arriviamo a quelle che - per
tornare alla considerazione iniziale - parlano alla pancia della gente e non
alla loro testa.
L’iperbole in questi casi scatta, per il terzo principio della
dinamica, di fronte ad episodi gravi, che di per sé costituiscono iperbole di
comportamento. Così dopo i gravi fatti dell’Olimpico (finale Napoli-Fiorentina)
Alfano ha detto che ci voleva la Daspo a vita, cioè l’esclusione dagli stadi
per sempre del tifoso violento.
Poiché ho anch’io come tutti una pancia, la
proposta/provocazione mi corrisponde: “IN GALERA!!” come urlava Bracardi. Ma
visto che ho una testa mi viene il sospetto che potrebbe risultare
incostituzionale privare un cittadino della propria libertà in forza di un
processo alle intenzioni: poiché questo soggetto ha avuto un comportamento
violento si presuppone che avrà sempre tale comportamento.
E arriviamo a Renzi, con il quale ho contratto un matrimonio
di interesse e non d’amore.
Di fronte ai furti di Venezia parla di “alto tradimento”,
sempre rivolto alla nostra pancia. Ma sa che questa accusa può essere formulata
contro il Capo dello Stato (art. 90, comma II, art. 134, comma III della
Costituzione) ed è presente nel nostro ordinamento giuridico nel Codice Penale
militare di pace (art.77 Libro secondo/Titolo I).
Siccome non credo che Renzi voglia cambiare la Costituzione
anche su questo punto (a meno che da qui a poco non pensi di riformare il
Calendario sulle orme di Giulio Cesare), mi accontento di rubricare questa
affermazione nel catalogo delle iperboli, giustificata dal fatto che, per i
ballottaggi, siamo ancora in campagna elettorale.
Però resto convinto del fatto che sarebbe meglio, per il
leader di un partito che ha sfiorato il 41% dei consensi, parlare alla testa
della gente.
E visto che è meglio prevenire che curare si potrebbe, per
esempio, prevedere che da ora in poi per tutti quelli che intendono
amministrare la cosa pubblica scatterà l’obbligo della pubblicazione del loro
Curriculum vitae, comprese anche le contravvenzioni per parcheggio in doppia
fila, nonché, ovviamente, le loro dichiarazioni dei redditi e tutti i movimenti
bancari...
Scusate, mi sono lasciato prendere dalla pancia. Lo
so che c’è il segreto bancario, lo so che c’è il diritto alla privacy. Però,
visto che “in buona sostanza” come diceva Johnny
Stecchino, le nomine e le cariche vengono decise dai partiti,
che ne diresti, caro Renzi, di fare voi un accurato screening dei candidati a
nomine e cariche? E, a seguire, un monitoraggio asfissiante dei loro comportamenti?



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