Diciamo subito che il 4 dicembre un SI è condizione
necessaria ma non sufficiente…
Necessaria per non interrompere un processo di
innovazione che, per quanto stentato e ondivago, sta assicurando all’Italia una
parziale stabilità.
Non sufficiente perché la parziale stabilità
riguarda l’esterno e non l’interno.
L’esterno, l’Europa. I mercati, questa entità
immanente eppure inafferrabile, vogliono che Renzi vada avanti; e questa è, per
molti, una ragione in più per votare no, perché “i mercati” sono sinonimo di “poteri
forti”, evocati da tutti; di volta in volta da destra o da sinistra individuati
come coloro che “tengono i fili” i burattinai. Berlusconi nel 2011 ha incluso
nei poteri forti anche “le scuole superiori e l’università”. Ad essere un po’
seri diciamo che “le banche”, altro demone della politica, sono additate come i
principali poteri forti, che in pratica condizionano e tengono in pugno la
politica mondiale. Ma il potere delle Banche non è un frutto della moderna globalizzazione.
Già i Bardi e i Peruzzi, con il crack del 1330 gettarono nel panico “i mercati”
e Villani racconta che a Firenze «non rimane quasi sostanza di pecunia ne’ nostri cittadini».
Come si vede il discorso è subito
scivolato su argomenti che nulla hanno a che fare con il referendum, e qui
andiamo al versante interno.
La frattura che il referendum ha
creato all’interno della realtà politica italiana era inevitabile per il motivo
molto semplice, anche se politicamente scorretto, che dei contenuti del
referendum pochi sanno e molti volutamente ignorano. Lo so, é un atteggiamento
antipatico e saccente: ma quanti di coloro che andranno a votare, per il SI o
per il NO, sanno (per parlare del più semplice dei quesiti) cosa è il CNEL e
che funzione ha? E come si fa a capirlo dalle argomentazioni dell’una e
dell’altra parte? Personalmente ritengo di non avere gli strumenti idonei per
giudicare, con le mie sole conoscenze, la validità della riforma che dovrei
approvare o respingere.
Per me la scheda “referendaria” (non
a caso da molti indicata erroneamente con il termine “elettorale”) doveva
essere formulata così:
Come a dire “Se siete onesti dovete leggere il testo
della legge prima di esprimere il vostro voto”. In questo modo sarebbe
risultata chiara la connotazione fuorviante dello strumento referendario: che
passa per essere uno spazio di democrazia diretta e invece non lo è, perché tranne
una piccola percentuale di elettori (e sono ottimista), la stragrande
maggioranza non vota per il contenuto del referendum ma a favore o contro il
Governo.
Da qui la frattura e la precarietà della
situazione politica interna, con scenari apocalittici che incombono minacciosi nei
discorsi di entrambi gli schieramenti.
Una cosa però credo si possa realisticamente
immaginare. In caso di vittoria del NO, si determinerebbe inevitabilmente un
clima di instabilità politica che di per sé non sarebbe diverso da tanti altri
passaggi più o meno traumatici della nostra storia, ma che oggi, con l’incalzare
di un vento di destra che dagli Stati Uniti soffia su parte dell’Europa soprattutto
a Est; con il desiderio non tanto strisciante, da parte di questi Paesi e non
solo, di far pagare all’Italia un non mistificato “puntare i piedi” sul
rispetto delle regole in fatto di immigrazione e finanziamenti; con l’affilare
dei coltelli da parte delle diverse anime del NO, per infierire sul nemico sconfitto
al fine di conquistare prestigio e credito all’interno del fronte; con tutto
ciò credo che la vittoria del NO non sia auspicabile.
Ma perché in Italia (ma ormai possiamo globalizzare
anche le brutture) le “regole” vengono considerate una sorta di imbarazzante
tradizione?
Nel “Paese normale” che auspicava D’Alema - lavorando
sodo per costruirlo anomalo- i Governi si sfiduciano in Parlamento; è quella la
sede per “mandarli a casa”, espressione volgare che fa il paio con “le mani in
tasca degli Italiani”.
Perché far cadere il Governo votando contro la
riforma Costituzionale! Non sarebbe più logico presentare una mozione di
sfiducia in Parlamento, sede naturale dell’agone politico?
E perché non si può considerare l’ipotesi che,
qualunque sia l’esito del Referendum, i due schieramenti non possano competere correttamente,
pur ovviamente cercando di far prevalere il proprio modo di intendere la
gestione della Res publica, per
arrivare ad una nuova riforma della Costituzione (se
vince il NO); oppure, se vince il SI, lavorare
alla formulazione di adeguati strumenti – legge elettorale, modalità di
elezione dei nuovi senatori- che riescano a compensare le eventuali carenze
della riforma approvata?
Erano domande retoriche.
Perché la politica, come diceva Gaber, è schifosa
e fa male alla pelle.
Io se fossi Dionaturalmente io chiuderei la bocca a tanta gentenel regno dei cieli non vorrei ministriné gente di partito tra le palleperché la politica è schifosa e fa male alla pelle.
Ma io non sono Dio; nemmeno sono propenso a
sentirmi due dita al di sopra degli altri. Ma non per questo al di sotto.
Allora per stare alla pari dei tanti che si sono
profusi nel pubblicare il loro NO ho provato a fare due chiacchiere sul mio SI,
senza avere la pretesa di convincere ma certamente non per giustificarmi

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