questo è il problema: se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli.
Alessandro Gassman, insultato sul web per un tweet sullo “ius soli” ha annunciato di voler chiudere il suo profilo e lasciare la rete perché ha sperimentato a sue spese di non avere sufficiente forza e stomaco per sopportare gli insulti. Naturalmente la sua decisione ha scatenato una serie di altri insulti e pesanti ironie; da ragazzi se nel corso di una scazzottata amichevole uno gridava “basta, mi arrendo” tutti si fermavano, ma erano altri tempi.
Però non voglio parlare dell’episodio specifico: lo utilizzo come spunto per qualche considerazione più generale.
La prima riguarda la necessità che qualcuno ha di essere amato e apprezzato. Qualcuno, non tutti come si potrebbe immaginare. Alcuni infatti - e basterebbe ricordare ‘molti nemici molto onore’ - hanno anzi la predisposizione a opporsi agli altri, potremmo dire a “litigare”. Ci sono persone che sguazzano in mezzo a denunce e querele, pronti a “le faccio causa” rivolto al vicino che tiene il volume del televisore alto. Sono quelli che per sentirsi qualcuno hanno bisogno di confrontarsi e vincere. E se non vincono sono bravissimi a far credere a se stessi che hanno vinto.
Per quanto mi riguarda, invece, sono tra quelli che vogliono essere amati e ho tradotto questa necessità nella predisposizione alla mediazione; di fronte a un contrasto ho sempre cercato di evitare il conflitto, riportando la discussione il più possibile sul concreto, sui fatti, tenendo lontani gli aspetti personalistici. Non sempre ci sono riuscito, ovviamente, e anzi più di uno forse mi ha detestato proprio per la mia tendenza alla mediazione.
Tanto per fare un po’ di sociologia maccheronica si potrebbe dire che chi è abituato ad essere amato (e qui mi riferisco a Gassman e non a me), ad avere sempre riscontri positivi, ha maggiori difficoltà a “reggere” se viene investito dal rifiuto. Al contrario chi è più abituato a prendere mazzate è molto più predisposto alla reazione violenta che alla conciliazione.
L’altra considerazione riguarda la fuga.
Lasciare il campo di fronte alle ingiurie è un gesto vile o di superiorità?
A questo proposito ho un esempio della mia esperienza di insegnante. Discutevo con i ragazzi dell’atteggiamento da prendere di fronte alle provocazioni; quasi tutti (insegnavo in una borgata romana) erano del parere che bisognasse reagire per “non perdere la faccia”. Io cercavo far capire la differenza tra la difesa di un diritto inalienabile, come per esempio la libertà di pensiero, e la difesa di una posizione di preminenza contingente. Insomma, per essere chiari, se in un alterco tra automobilisti, uno mi lancia un’offesa, magari mostrandomi il dito medio dal finestrino, io me ne infischio e vado per la mia strada. “Ma così sei un vigliacco, professò” No, sono invece furbo (avrei dovuto dire ‘saggio’, ma per loro essere furbi aveva senso, della saggezza non sapevano nemmeno l’indirizzo); furbo perché non metto a rischio i miei denti - se non la vita - per un cretino. Ma se mi trovassi di fronte a uno che vuole impedirmi di esprimere la mia opinione o peggio vuole costringermi anche con la forza ad assecondarlo, allora mi batto, perché non è in gioco la mia persona ma la mia essenza di uomo libero.
Non ricordo esattamente come finì quella discussione; è probabile che la maggior parte dei miei alunni restò della propria idea, ma non importa perché ho imparato che il lavoro dell’insegnante si può valutare nell’immediato (forse) sulla base dell’apprendimento prodotto, ma il lavoro dell’educatore affiora (e non sempre) a distanza di anni.
Ma torniamo al punto: lasciare la corrida dei social di fronte alle ingiurie corrisponde ad abdicare ad un ruolo contingente di preminenza o significa rinunciare alla propria libertà di pensiero?
“La seconda che hai detto” direbbe ‘Quelo’ di Guzzantiana memoria.
Lasciare spazio alla canea di volgarità e di violenza verbale, purtroppo, crea opinione. Pian piano i lettori più o meno superficiali o non attrezzati di propri strumenti critici, leggendo solo le grida scomposte e senza opinione eleggeranno proprio quelle grida al rango di opinione.
E’ inevitabile il riferimento al precedente numero del Corriere in cui si parlava della capacità della rete di influenzare la direzione stessa della politica. Non è un’auto-citazione, ma una ri-citazione del saggio “La rabbia e l’algoritmo” di cui raccontavo nel numero scorso.

Nessun commento:
Posta un commento