Su Repubblica di qualche
giorno fa c’era un articolo di Roberto Saviano in cui veniva messa a confronto
un’analisi della realtà fondata su dati oggettivi e il comune sentire.
Non importa dire che “l’invasione”
dei migranti è statisticamente quantificabile con la proporzione 1 migrante
ogni 333 italiani perché in realtà “…la statistica vera, quella dei tempi
moderni, quella che serve alla politica, è la "scienza" che contempla
solo lo stato d'animo delle persone, è quella che traccia gli umori
dell'opinione pubblica…”
Va detto però che lo
stato d’animo delle persone e quindi l’opinione pubblica, oggi si forma non
sulla lettura dei quotidiani né tanto meno sull’osservazione più o meno attenta
della realtà, ma sui social.
Saviano nell’articolo
prende in prestito un termine usato da Polibio, “oclocrazia” per indicare il
governo della plebe e ne identifica i connotati come “una degenerazione della
democrazia”.
A prima vista mi è
sembrata un’annotazione pesantemente classista; parlare del popolo come “plebe”
ha indubbiamente un’accezione dispregiativa. Ancora di più mi sono rafforzato
in questa convinzione percependo l’ironia delle argomentazioni successive: “…il
governo delle masse. Ma "masse" suona parola antica, vecchia,
consumata e allora meglio il governo dei cittadini, ecco, così suona meglio.”
La parola “cittadini”
richiama alla mente la rivoluzione francese e, solo in seconda istanza, lo
scimmiottamento che del termine hanno fatto i pentastellati: “I parlamentari
dovranno rifiutare l’appellativo di “'onorevole” e optare per il termine
“cittadina” o “cittadino”, regola che nel tempo si è sbiadita, tanto che oggi
non se ne rintraccia ombra.
Ma i cittadini della rivoluzione
francese non erano la plebe; i sanculotti avevano tra le loro fila commercianti,
artigiani. La plebe cui fa riferimento Saviano è quella arrabbiata che non ha
bisogno di statistiche per decifrare la realtà: crede in quello che vede e vede
che non ce la fa ad arrivare alla fine del mese, sente sulla pelle di non
essere uguale agli altri e allora non aspira più alla rivoluzione ma alla
vendetta “contro i politici, contro i ricchi, contro i famosi, contro i
migranti, contro le ong, contro i ladri”.
Questa “plebe” ricorda
quella dei Masaniello, dei Ciceruacchio, dei tribuni.
Secondo voi sto
pensando a Grillo, invece no, o meglio non proprio. Sto di nuovo pensando ai
social. Lì i tribuni sono a turno un po’ tutti, chiunque si alzi e sventoli un “post”,
invitando gli altri a seguirlo, a condividere, non importa la verifica di
quello che c’è scritto nel post, l’importante è che sia contro qualcuno e più il
linguaggio è violento, più c’è la possibilità che altri si accodino.
Grillo quindi sembra
estraneo a tutto questo, invece è solo esterno.
C’è un altro scritto,
che ho pescato in internet, che elabora una teoria in qualche modo
accattivante. Si tratta di “La rabbia e l’algoritmo” di Giuliano da Empoli, che
onestamente non conoscevo (e me ne scuso), saggista ed editorialista.
Il saggio, che analizza
il fenomeno “5Stelle”, non si può riassumere infatti non è mia intenzione
farlo. Il nucleo centrale dello scritto credo si possa identificare con questo
concetto.
“La macchina del
Movimento è la traduzione politica di Google. Intercetta le preferenze degli
utenti e dà loro esattamente quello che vogliono. (…) Perché Grillo e
Casaleggio in realtà decidono sulla base dei big data, e si limitano a dare una
raddrizzata quando quegli sciamannati dei loro dirigenti/aderenti rischiano di
farli finire fuori strada.”
Vista così il tribuno
che indirizza la plebe non è un capopopolo; forse è il Grande Fratello e, come nel
romanzo di Orwell, non si saprà mai se è una persona vera o un simbolo creato
dal partito.
Nel nostro caso l’identificazione
del Grande Fratello diventa ancora più inquietante se lo ravvisiamo in un
algoritmo.
Ma se l’algoritmo si
limita a intercettare il sentimento prevalente della gente (se volete della
plebe), e a restituirlo come indirizzo politico forse siamo ancora in tempo per
salvarci. Basterà che sempre molti più di noi “plebe” esprimerà sentimenti e
desiderio di giustizia sociale, di solidarietà (e mi fermo per non diventare a
mia volta un predicatore) allora, forse l’algoritmo suggerirà una direzione
diversa dalla rabbia.

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