lunedì 15 maggio 2017

Oclocrazia

Su Repubblica di qualche giorno fa c’era un articolo di Roberto Saviano in cui veniva messa a confronto un’analisi della realtà fondata su dati oggettivi e il comune sentire.
Non importa dire che “l’invasione” dei migranti è statisticamente quantificabile con la proporzione 1 migrante ogni 333 italiani perché in realtà “…la statistica vera, quella dei tempi moderni, quella che serve alla politica, è la "scienza" che contempla solo lo stato d'animo delle persone, è quella che traccia gli umori dell'opinione pubblica…”
Va detto però che lo stato d’animo delle persone e quindi l’opinione pubblica, oggi si forma non sulla lettura dei quotidiani né tanto meno sull’osservazione più o meno attenta della realtà, ma sui social.
Saviano nell’articolo prende in prestito un termine usato da Polibio, “oclocrazia” per indicare il governo della plebe e ne identifica i connotati come “una degenerazione della democrazia”.
A prima vista mi è sembrata un’annotazione pesantemente classista; parlare del popolo come “plebe” ha indubbiamente un’accezione dispregiativa. Ancora di più mi sono rafforzato in questa convinzione percependo l’ironia delle argomentazioni successive: “…il governo delle masse. Ma "masse" suona parola antica, vecchia, consumata e allora meglio il governo dei cittadini, ecco, così suona meglio.”
La parola “cittadini” richiama alla mente la rivoluzione francese e, solo in seconda istanza, lo scimmiottamento che del termine hanno fatto i pentastellati: “I parlamentari dovranno rifiutare l’appellativo di “'onorevole” e optare per il termine “cittadina” o “cittadino”, regola che nel tempo si è sbiadita, tanto che oggi non se ne rintraccia ombra.
Ma i cittadini della rivoluzione francese non erano la plebe; i sanculotti avevano tra le loro fila commercianti, artigiani. La plebe cui fa riferimento Saviano è quella arrabbiata che non ha bisogno di statistiche per decifrare la realtà: crede in quello che vede e vede che non ce la fa ad arrivare alla fine del mese, sente sulla pelle di non essere uguale agli altri e allora non aspira più alla rivoluzione ma alla vendetta “contro i politici, contro i ricchi, contro i famosi, contro i migranti, contro le ong, contro i ladri”.
Questa “plebe” ricorda quella dei Masaniello, dei Ciceruacchio, dei tribuni.
Secondo voi sto pensando a Grillo, invece no, o meglio non proprio. Sto di nuovo pensando ai social. Lì i tribuni sono a turno un po’ tutti, chiunque si alzi e sventoli un “post”, invitando gli altri a seguirlo, a condividere, non importa la verifica di quello che c’è scritto nel post, l’importante è che sia contro qualcuno e più il linguaggio è violento, più c’è la possibilità che altri si accodino.
Grillo quindi sembra estraneo a tutto questo, invece è solo esterno.
C’è un altro scritto, che ho pescato in internet, che elabora una teoria in qualche modo accattivante. Si tratta di “La rabbia e l’algoritmo” di Giuliano da Empoli, che onestamente non conoscevo (e me ne scuso), saggista ed editorialista.
Il saggio, che analizza il fenomeno “5Stelle”, non si può riassumere infatti non è mia intenzione farlo. Il nucleo centrale dello scritto credo si possa identificare con questo concetto.  
“La macchina del Movimento è la traduzione politica di Google. Intercetta le preferenze degli utenti e dà loro esattamente quello che vogliono. (…) Perché Grillo e Casaleggio in realtà decidono sulla base dei big data, e si limitano a dare una raddrizzata quando quegli sciamannati dei loro dirigenti/aderenti rischiano di farli finire fuori strada.”
Vista così il tribuno che indirizza la plebe non è un capopopolo; forse è il Grande Fratello e, come nel romanzo di Orwell, non si saprà mai se è una persona vera o un simbolo creato dal partito.
Nel nostro caso l’identificazione del Grande Fratello diventa ancora più inquietante se lo ravvisiamo in un algoritmo.  
Ma se l’algoritmo si limita a intercettare il sentimento prevalente della gente (se volete della plebe), e a restituirlo come indirizzo politico forse siamo ancora in tempo per salvarci. Basterà che sempre molti più di noi “plebe” esprimerà sentimenti e desiderio di giustizia sociale, di solidarietà (e mi fermo per non diventare a mia volta un predicatore) allora, forse l’algoritmo suggerirà una direzione diversa dalla rabbia.


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