In principio fu una nuvola, nota in ambienti
anglosassoni. Per noi, con conoscenza elementare della lingua inglese, praticamente
sconosciuta.
Poi apparve, la parola, con una piccola,
miracolosa ‘i’ davanti.
Allora conoscemmo il suo significato e ci
accorgemmo che non portava pioggia, era una sorta di casa in cielo. Così per molti,
in particolare gli iPhoniani, si rinnovavano suggestioni mistiche, reminiscenze
dell’età infantile. E con una sorta di aria tra il misterioso e il trascendente
ti trovavi a dire che tu i dati li avevi messi sulla nuvola per economizzare lo
spazio sullo smartphone, per poi pentirtene subito dopo per la difficoltà di
spiegare, a chi immancabilmente chiedeva “in che senso?”, dove effettivamente
fossero quei dati.
Una volta, mentre mi arrabattavo cercando di
essere il più possibile tecnicamente incomprensibile, mi vennero in mente le
onde radio. Non mi azzardai a proseguire su questa strada temendo di incappare in una più consapevole dimestichezza del mio
interlocutore su questo argomento.
Però il riferimento era suggestivo. Pensavo al
fatto che nella mia stanza, proprio ora, vagavano nell’aria (meglio
“nell’etere”, sa molto più di scientifico), intorno a me, comunque, vagavano
milioni di canzoni, musiche, suoni, discorsi, chiacchere; bastava avere uno
strumento adatto, l’apparecchio radio, per catturarle e sentirle.
I miei dati, le mie foto, i miei scritti, le mie
password, le mie carte di credito vagavano nell’etere…oddio! No!
A quel punto arriva l’ansia. E se qualcuno ha lo
strumento adatto e capta questi segnali?
Le intercettazioni ambientali a questo punto non
sono niente. In effetti si sa che gli hacker, nuovi e più sofisticati pirati,
possono rubarti l’identità informatica. E così i tuoi dati.
Ma queste ansie sono come la pubblicità: dopo un
po’ di volte che l’hai sentita non ci fai più caso e non te la ricordi più.
Così ho continuato a servirmi della nuvola, anzi invece
di accontentarmi dei 5 GB gratuiti ho anche acquistato spazio per metterci più
cose sopra. E ho comprato spazio anche in Google drive; può servire.
Già. Spazio. Ma dove sta questo spazio. La nuvola
è nell’etere o no?
Ieri ho saputo da fonte sicura che in effetti la
nuvola, per lo meno l’iCloud di Apple, è un enorme edificio che sta in
California dove vanno a stare i miei dati, alloggiati nello spazio che ho
acquistato.
La notizia mi ha provocato una reazione strana:
sono rimasto deluso. In fondo preferivo una spiegazione di sapore metempirico,
immateriale. Quella suggestione mistico/infantile che mi dava “la nuvola”,
quasi un mio personale angelo custode che teneva da conto i miei oggetti
personali informatici, svaniva. Quella nuvola che a volte, quando non riuscivo
a entrare o misteriosamente mi avvertiva che il mio spazio era esaurito, (ma
che? 200 GB!) o mi diceva che se cancellavo la mia foto la perdevo per sempre,
a volte, dicevo, mi sembrava la nuvola di Fantozzi e adesso scoprivo che era un
triste edificio, per niente etereo: solido.
Però… “solido”. Allora forse è più sicuro; ci
saranno stanze, corridoi e porte blindate. Ma oltre ai dati di milioni di
persone ci sarà anche tutto quello che si trova in internet? No, non credo. Per
quello forse c’è un altro edificio. Chissà in che stanza, in quale armadio, è
riposto il Corriere midatico. E se l’hanno messo vicino al blog di Grillo? A
pensarci bene anche Salvini ha aperto un blog. Comunque sarà senz’altro al
sicuro, altro che password! Ci sono serrature!
Certo… e se
poi i terroristi buttano una bomba sull’edificio?
Sono corso a comprare un altro Hard Disk, così
faccio una copia delle copie di tutti i miei dati.
È questo essenzialmente il motivo per cui non
trovo mai i miei file: non so più in quale Hard disk, chiavetta, nuvola li ho
messi.

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