sabato 14 maggio 2016

Cloud


In principio fu una nuvola, nota in ambienti anglosassoni. Per noi, con conoscenza elementare della lingua inglese, praticamente sconosciuta.
Poi apparve, la parola, con una piccola, miracolosa ‘i’ davanti.
Allora conoscemmo il suo significato e ci accorgemmo che non portava pioggia, era una sorta di casa in cielo. Così per molti, in particolare gli iPhoniani, si rinnovavano suggestioni mistiche, reminiscenze dell’età infantile. E con una sorta di aria tra il misterioso e il trascendente ti trovavi a dire che tu i dati li avevi messi sulla nuvola per economizzare lo spazio sullo smartphone, per poi pentirtene subito dopo per la difficoltà di spiegare, a chi immancabilmente chiedeva “in che senso?”, dove effettivamente fossero quei dati.
Una volta, mentre mi arrabattavo cercando di essere il più possibile tecnicamente incomprensibile, mi vennero in mente le onde radio. Non mi azzardai a proseguire su questa strada temendo di incappare in una più consapevole dimestichezza del mio interlocutore su questo argomento.


Però il riferimento era suggestivo. Pensavo al fatto che nella mia stanza, proprio ora, vagavano nell’aria (meglio “nell’etere”, sa molto più di scientifico), intorno a me, comunque, vagavano milioni di canzoni, musiche, suoni, discorsi, chiacchere; bastava avere uno strumento adatto, l’apparecchio radio, per catturarle e sentirle.
I miei dati, le mie foto, i miei scritti, le mie password, le mie carte di credito vagavano nell’etere…oddio! No!
A quel punto arriva l’ansia. E se qualcuno ha lo strumento adatto e capta questi segnali?
Le intercettazioni ambientali a questo punto non sono niente. In effetti si sa che gli hacker, nuovi e più sofisticati pirati, possono rubarti l’identità informatica. E così i tuoi dati.
Ma queste ansie sono come la pubblicità: dopo un po’ di volte che l’hai sentita non ci fai più caso e non te la ricordi più.
Così ho continuato a servirmi della nuvola, anzi invece di accontentarmi dei 5 GB gratuiti ho anche acquistato spazio per metterci più cose sopra. E ho comprato spazio anche in Google drive; può servire.
Già. Spazio. Ma dove sta questo spazio. La nuvola è nell’etere o no?
Ieri ho saputo da fonte sicura che in effetti la nuvola, per lo meno l’iCloud di Apple, è un enorme edificio che sta in California dove vanno a stare i miei dati, alloggiati nello spazio che ho acquistato.
La notizia mi ha provocato una reazione strana: sono rimasto deluso. In fondo preferivo una spiegazione di sapore metempirico, immateriale. Quella suggestione mistico/infantile che mi dava “la nuvola”, quasi un mio personale angelo custode che teneva da conto i miei oggetti personali informatici, svaniva. Quella nuvola che a volte, quando non riuscivo a entrare o misteriosamente mi avvertiva che il mio spazio era esaurito, (ma che? 200 GB!) o mi diceva che se cancellavo la mia foto la perdevo per sempre, a volte, dicevo, mi sembrava la nuvola di Fantozzi e adesso scoprivo che era un triste edificio, per niente etereo: solido.
Però… “solido”. Allora forse è più sicuro; ci saranno stanze, corridoi e porte blindate. Ma oltre ai dati di milioni di persone ci sarà anche tutto quello che si trova in internet? No, non credo. Per quello forse c’è un altro edificio. Chissà in che stanza, in quale armadio, è riposto il Corriere midatico. E se l’hanno messo vicino al blog di Grillo? A pensarci bene anche Salvini ha aperto un blog. Comunque sarà senz’altro al sicuro, altro che password! Ci sono serrature!
Certo…  e se poi i terroristi buttano una bomba sull’edificio?
Sono corso a comprare un altro Hard Disk, così faccio una copia delle copie di tutti i miei dati.
È questo essenzialmente il motivo per cui non trovo mai i miei file: non so più in quale Hard disk, chiavetta, nuvola li ho messi.


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