lunedì 9 maggio 2016

L'accollo

Ho sempre pensato che fosse patetico accostarsi al linguaggio “dei giovani”; già questa espressione mi produce sintomi di orticaria.
Ma anche quando ero io “giovane” trovavo estremamente false espressioni come “matusa”, contrazione di matusalemme, riferito ai genitori; parola secondo me completamente inventata da qualche giornalista e mai utilizzata effettivamente dai ragazzi.
In età adulta, quindi da padre, non ho mai capito perché mia figlia dicesse “si è addobbato” di uno che era caduto rovinosamente.
Una parola però credo che sia effettivamente molto in uso anche nel vocabolario di persone anagraficamente distanti: l’accollo.
Mi viene il dubbio che sia un’espressione romana: sta a significare la pressione persistente e fastidiosa di una persona su un’altra per ricordare impegni, sollecitare decisioni, insomma vuol dire stare con il fiato sul collo di qualcuno.
L’origine di questi modi di dire è abbastanza misterioso e per una volta non ti può aiutare nemmeno wikipedia. Soprattutto colpisce il ribaltamento dei significati: addobbarsi potrebbe voler dire (in un italiano comunque non formale) vestirsi in maniera particolarmente ricca di orpelli; nel caso della caduta a cosa si può riferire? Forse alle varie ferite riportate.
L’accollo, in termini giuridici, è un contratto in forza del quale una persona assume su di sé il debito di un altro. Per traslato, ipotizzo, accollare una persona (“accollare” diventa transitivo) vuol dire mettergli un peso addosso, sul collo.
Ma al di là della ricerca lessicale ciò che più interessa è il significato che sta dietro l’espressione.
Siamo partiti dal gergo giovanile; l’accollo, per loro, è in genere quello dei genitori che, dai tempi di “mettiti la canottiera” hanno sempre interpretato il ruolo di rompiscatole.
Il contraltare, per entrare nel ruolo di genitore che mi è proprio, è l’espressione “te l’avevo detto” che immancabilmente pronunciamo quando, l’aver ignorato da parte dei figli quella tale raccomandazione (che è diventa per loro accollo), ha portato a una situazione spiacevole.
Però l’accollo non si verifica solo tra genitori e figli. Tra moglie e marito, per esempio, e in questo caso è bidirezionale.
Ma uscendo dalla sfera familiare, nella vita sociale quando si può parlare di accollo?
Sul posto di lavoro; se un capo ufficio sta continuamente sul collo dell’impiegato con richieste e controlli ripetuti l’accollo potrebbe trasformarsi in mobbing.
Allargando ancora l’orizzonte mi viene in mente la pubblicità. Non quella delle merci, lì credo non si possa parlare di accollo: non ti ricordano un dovere anche se subdolamente ti spingono a credere che comprare questo o quello è un impegno che non puoi eludere. Mi riferisco in particolare a quelle che ti ricordano che il canone TV quest’anno … o le modalità di voto, insomma ti assillano con le informazioni sugli impegni. E purtroppo in un certo senso anche quelle dell’8 per mille, che hanno una doppia valenza: ti ricordano i tuoi doveri civici, devi compilare la dichiarazione dei redditi, e i doveri morali. È un po’ come quando da bambino mi rifiutavo di mangiare i cavoli e mi sentivo ricordare che c’erano bambini che non avevano da mangiare o che in guerra…
Poi c’è l’accollo dei politici, anche se in quel caso siamo più sul piano del tormentone.
Però è un fatto che sentire sistematicamente Salvini con le ruspe, i pentastellati con il reddito di cittadinanza, Renzi con i gufi ti dà una sorta di oppressione molto vicina all’accollo.

Mi accorgo di non avere citato Berlusconi; ormai non accolla nemmeno.

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