Ho sempre pensato che fosse patetico accostarsi al
linguaggio “dei giovani”; già questa espressione mi produce sintomi di
orticaria.
Ma anche quando ero io “giovane” trovavo
estremamente false espressioni come “matusa”, contrazione di matusalemme,
riferito ai genitori; parola secondo me completamente inventata da qualche
giornalista e mai utilizzata effettivamente dai ragazzi.
In età adulta, quindi da padre, non ho mai capito
perché mia figlia dicesse “si è addobbato” di uno che era caduto rovinosamente.
Una parola però credo che sia effettivamente molto
in uso anche nel vocabolario di persone anagraficamente distanti: l’accollo.
Mi viene il dubbio che sia un’espressione romana:
sta a significare la pressione persistente e fastidiosa di una persona su
un’altra per ricordare impegni, sollecitare decisioni, insomma vuol dire stare
con il fiato sul collo di qualcuno.
L’origine di questi modi di dire è abbastanza
misterioso e per una volta non ti può aiutare nemmeno wikipedia. Soprattutto
colpisce il ribaltamento dei significati: addobbarsi potrebbe voler dire (in un
italiano comunque non formale) vestirsi in maniera particolarmente ricca di
orpelli; nel caso della caduta a cosa si può riferire? Forse alle varie ferite
riportate.
L’accollo, in termini giuridici, è un contratto in forza del quale una persona assume su di sé il debito di un altro. Per traslato, ipotizzo, accollare
una persona (“accollare” diventa transitivo) vuol dire mettergli un peso
addosso, sul collo.
Ma al di là della ricerca lessicale ciò che più
interessa è il significato che sta dietro l’espressione.
Siamo partiti dal gergo giovanile; l’accollo, per
loro, è in genere quello dei genitori che, dai tempi di “mettiti la canottiera”
hanno sempre interpretato il ruolo di rompiscatole.
Il contraltare, per entrare nel ruolo di genitore
che mi è proprio, è l’espressione “te l’avevo detto” che immancabilmente
pronunciamo quando, l’aver ignorato da parte dei figli quella tale
raccomandazione (che è diventa per loro accollo), ha portato a una situazione
spiacevole.
Però l’accollo non si verifica solo tra genitori e
figli. Tra moglie e marito, per esempio, e in questo caso è bidirezionale.
Ma uscendo dalla sfera familiare, nella vita
sociale quando si può parlare di accollo?
Sul posto di lavoro; se un capo ufficio sta
continuamente sul collo dell’impiegato con richieste e controlli ripetuti
l’accollo potrebbe trasformarsi in mobbing.
Allargando ancora l’orizzonte mi viene in mente la
pubblicità. Non quella delle merci, lì credo non si possa parlare di accollo:
non ti ricordano un dovere anche se subdolamente ti spingono a credere che comprare questo
o quello è un impegno che non puoi eludere. Mi riferisco in particolare a quelle che ti ricordano che il canone
TV quest’anno … o le modalità di voto, insomma ti assillano con le informazioni
sugli impegni. E purtroppo in un certo senso anche quelle dell’8 per mille, che
hanno una doppia valenza: ti ricordano i tuoi doveri civici, devi compilare la dichiarazione
dei redditi, e i doveri morali. È un po’ come quando da bambino mi
rifiutavo di mangiare i cavoli e mi sentivo ricordare che c’erano bambini che
non avevano da mangiare o che in guerra…
Poi c’è l’accollo dei politici, anche se in quel
caso siamo più sul piano del tormentone.
Però è un fatto che sentire sistematicamente
Salvini con le ruspe, i pentastellati con il reddito di cittadinanza, Renzi con
i gufi ti dà una sorta di oppressione molto vicina all’accollo.
Mi accorgo di non avere citato Berlusconi; ormai
non accolla nemmeno.

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