Qualche giorno fa ho seguito un servizio del TG2 sulla
resilienza. Confesso la mia ignoranza: non conoscevo il concetto né il termine.
Distinguo le due cose - il concetto e il termine- perché a detta dell’autore
del servizio parlare di resilienza è di moda e questa parola ha invaso la
stampa e il web. Sono un medio/mediocre lettore di giornali e soprattutto
frequentatore della rete ma non mi ero mai imbattuto nel termine. Mi viene il
sospetto che sia uno di quegli espedienti retorici per indurti a seguire con
più attenzione il discorso. Un esempio classico è esordire con “Tu che sei un
esperto...” che pone l’interlocutore nella necessità di sforzarsi al massimo
per rispondere alla domanda. Ma torniamo alla resilienza.
Ovviamente sono andato ad informarmi su wikipedia (versando
anche un piccolo contributo visto l’uso piuttosto intenso che ne faccio) e ho
trovato questa definizione nel sito dello psicologo Pietro Trabucchi, un
esperto in merito [www.pietrotrabucchi.it]
che cito testualmente.
“La
mia personale definizione del termine è la seguente: la resilienza psicologica
è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in
maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno
sul cammino. Il verbo "persistere" indica l’idea di una motivazione
che rimane salda. Di fatto l’individuo resiliente presenta una serie di
caratteristiche psicologiche inconfondibili: è un ottimista e tende a "leggere"
gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un
ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda;
è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a
vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come
una minaccia; di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere
comunque la speranza.”
Piccolo giochino: chi vi fa venire in mente?
Non posso sentire le risposte quindi proseguo; per me è
Renzi sputato.
Il che per lui è lusinghiero; ma per noi?
Insomma, secondo me, uno così, che non si ferma e prosegue
per la sua strada potrebbe anche essere definito un testardo e siccome uno
così, per fortificarsi, tende ad ignorare le critiche e i suggerimenti, si potrebbe
aggiungere che è anche presuntuoso.
Però non si può negare che ha carattere, che la sua
determinazione costringe gli altri a impegnarsi per lo meno a contrastarlo con
altre proposte. Insomma, se uno di fronte ad un problema apre un dibattito per
sentire le diverse proposte, certamente è più democratico ma rischia di
impantanarsi in un groviglio di veti anche perché i suoi interlocutori
scambierebbero l’apertura democratica per debolezza e tirerebbero per le lunghe
fino alla consunzione non tanto del problema quanto del malcapitato che ha
aperto il dibattito. Esempi del genere ne abbiamo avuti molti nel panorama
politico.
Inoltre si potrebbe anche osservare che, sull’ultima
querelle che è l’articolo 18, anche il sindacato mostra rigidità; però in questo
caso forse si può parlare non di resilienza ma di resistenza. Oppure, secondo
un altro punto di vista, di testardaggine o di conservatorismo.
Qui si apre un panorama vastissimo di argomentazioni che
cerco di restringere il più possibile.
Secondo Treccani.it conservatore è “chi, in politica,
sostenendo il valore della tradizione, si oppone a qualunque ideologia
progressista, e mira a conservare le strutture sociali e politiche tradizionali”.
E già questo destabilizza, perché il conservatore è opposto al progressista e
non all’innovatore, che è cosa diversa. Significherebbe che chiunque si propone
di cambiare una “situazione” (costumi, regole, leggi, ecc.) certamente lo farà
da “progressista” cioè nel segno del progresso, che dal punto di vista
semantico richiama comunque un miglioramento dello status quo ante. Innovatore
è invece colui che introduce innovazioni, cioè cambiamenti, che non
necessariamente hanno i connotati del progresso tout court, tranne forse che
per chi li propone.
Innovare le leggi sul lavoro [ma perché chiamarle jobs act?
Vi prego!], per esempio, non necessariamente significa migliorare la condizione
del lavoratore, anzi può benissimo consistere in un’innovazione che favorisce
il datore di lavoro.
D’altra parte ho letto sull’Espresso che Roberto Saviano definiva
“reazionari” gli esponenti della sinistra radicale napoletana. Questo per dire
quanto poco le parole che conosciamo conservano il significato che, negli anni,
abbiamo considerato l’unico possibile.
Cercando di trarre le fila del discorso mi sembra che si
possa stabilire una differenza tra resistenza e resilienza. La resistenza ha il
carattere dell’intransigenza e la resilienza quello della flessibilità. La
resistenza può essere scambiata per testardaggine, per il non voler cambiare
opinione; la resilienza per opportunismo o Gattopardismo, ma, come abbiamo
visto, anche per determinazione. Il PD della vecchia guardia ha tentato di fare
resistenza al montante berlusconismo; il nuovo PD fa resilienza, fa muro di
gomma e va avanti, costringendo, anzi, Berlusconi a fare resilienza, con il suo
tentativo di imporre alleanze di fatto, piegandosi cioè, lui, alla
flessibilità.
Un’ultima considerazione, anzi due.
Nei prossimi giorni potremo verificare se Renzi attenua la
valenza negativa della sua resilienza (non sentire nessuno e andare avanti per
la sua strada), o invece ne valorizza l’aspetto positivo dimostrando una
flessibilità che non è mai debolezza [e anche per questo mi affretto a
pubblicare il post].
La seconda considerazione è sull’etimologia del termine.
Pare derivi dal latino resilire,
rimbalzare, saltare indietro. E questo mi fa pensare che i miei alunni di San
Basilio (30anni fa) avevano già capito tutto sulla resilienza con il loro “me
rimbarza”.
Ultim’ora. Renzi porrà la fiducia sul decreto lavoro. Forse
prevale la resilienza “negativa”, quella del “vado per la mia strada e non
sento nessuno”.
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